Racconti 

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Il KILIMANJARO sotto le lampadine del cielo 

Non so...ho pensato spesso a questo viaggio e spesso mi sono chiesta se la descrizione che ne avrei potuto dare fosse stata in grado di imprimere su carta le reali sensazioni che si possono provare guardando quella che ritengo una meraviglia del mondo : il KILIMANJARO.
Poi ho riflettuto : non ci sono parole per descrivere le emozioni. Allora mi son detta: ok !! Io racconto quello che ho vissuto, forse potro' incuriosire qualcuno, forse faro' rivivere un viaggio fatto a chi ne e' stato partecipe come me, forse ..avrei fatto sognare altri ..curiosi di poter un giorno stare ad ammirare questa immensa montagna africana.
Incomincio' per caso :
era la terza volta che tornavo al villaggio masai di Njukini. Un piccolo centro masai, dove la vita sembra essersi fermata ai primi dell'800. Scesa dal piccolo matatu (pulmini locali piu' disastrati di un mezzo da rottamare)..e da dove riesci a mangiare tanta polvere rossa , la terra della savana, piu' di quanta tu ne possa immaginare. Ma anche questo era il bello della mia avventura masai. Il mio viaggio africano ripetuto e ogni volta odiato ma anche amato. Ma di questo ne parlero' dopo. Scesi dal matatu , io e mio marito, ci dirigemmo subito verso la capanna della mamma. Una famiglia masai ancorata ai principi e alle tradizioni di un tempo. Lui, il masai moderno. Mio marito. Con tanto di cellulare e occhialini alla moda. Con pinocchietto e Nike. Maglietta DG e ..cappellino con visiera. Lo straniero di casa!! Cosi' fu chiamato. Lui ...considerato ''madda''..in lingua masai ''pazzo''. Pazzo perche' era riuscito a vivere come noi mzungu (bianchi) . Lui che ormai mangia pesce (i masai non ne mangiano ..neanche se li paghi..!! provare per credere!!). Insomma. Lui che sembrava avesse cambiato ideologie, modi di fare e di pensare. Ma non sapevamo che lui era e rimarra' per sempre nel suo animo un '''vero masai''. Hanno le tradizioni nel cuore. Nel cervello. Nell'animo profondo sono, e rimarranno sempre, dei guerrieri. Uomini della savana. Porteranno auto potenti, avranno la patente e sapranno usare il computer. Ma resteranno sempre loro : i masai del Kenya.
Il mio viaggio quindi era programmato verso una totale esperienza masai. La vera Africa. Quella che in fondo sentiamo e conosciamo anche nel nostro paese. Se diciamo masai..diciamo Kenya.
Scesi dal matatu mi si bloccarono anche le gambe, oltre gli occhi. Ero li, davanti a quel monte innevato. Ero davanti al Kilimanjaro. Sentii un brivido e mi scosse il richiamo di mio John (mio marito). Improvvisamente mi resi conto che avevo tutti gli sguardi del paese su di me. C'erano donne e bambini sul ciglio delle baracche (negozietti di generi alimentari..) che mi osservavano come fossi una bestia rara. Lo ero ? Mah...non so. So per certo che alcuni bambini, quelli piu' piccoli, erano intimoriti della mia presenza. Qualcuno addirittura al mio passaggio urlava . Era paura? O cosa? Mi sentivo imbarazzata. Cercavo di essere indifferente agli sguardi, ma ogni qualvolta passavo davanti ad una donna sentivo la parola mzungu volteggiare nell'aria. Parlavano di me. Non certo del mio vestito. Eppure avevo cercato di essere come loro. Avevo indossato un pareo masai. Sopra una maglietta colorata cercava di farmi mescolare ai loro vestiti multicolore. Non sapevo che ero derisa. Il mio abbigliamento li faceva sorridere. Una mzungu con i vestiti masai. Che cosa ridicola. Johnera sempre piu' indifferente agli sguardi delle donne. I masai , gli uomini, ci venivano
incontro. Qualcuno accennava una parola di inglese. Qualcun altro mi sorrideva e mi porgeva la mano con un semplice Jambo. Altri, curisosi, si fermavano con John. Com'e' la vita con una donna bianca? E come bacia? E' come le nostre donne? Domande su domande. Anche delle piu' assurde (non posso fare un elenco..ma immaginate).
Alcuni bambini pian piano cercavano di avvicinarsi. Altri passavano accanto a me e, facendo finta di sbattere, mi toccavano con il gomito. Chissa' che sensazione avranno provato. Loro che una bianca non l'avevano mai vista, ora potevano anche toccarla, sfiorarla. E per non raccontare di quelli che cercarono di capire se i miei capelli erano finti o erano extension. Si..le donne masai hanno tutte i capelli rasati a zero. E io ..i capelli lunghi e pure chiari. Che stranezze.
Ma andiamo al mio Monte!!
Arrivati alla capanna della mamma cominciarono i saluti. I convenevoli che fanno di questa gente i migliori ospiti del mondo. La loro casa e' la tua. Tutto si ferma per salutare e far stare al meglio il nuovo ospite arrivato E pensate se l'ospite e' un bianco. Anche i vicini arrivano festosi a dare il benvenuto.
Dopo i saluti e il classico bicchiere di Chai (latte e te') io e John decidemmo di andare a fare un salto in savana. D'altronde con un masai che pericoli si corrono ??!! (inconsciente!!). Ci dirigemmo verso la savana. Non potete immaginare a quanti km. ho dovuto camminare. Ma non potete immaginare nemmeno che sensazione si ha nel camminare e incontrare non una bici, non una vettura o una moto, bensi' una meravigliosa giraffa. Ne abbiamo incontrate 6 quel giorno. Tutte altissime. Mai viste cosi' alte. E poi gazzelle, poi dik dik, poi zebre, poi gnu, e infine....NO!!..per fortuna non abbiamo incontrato il leone. Mi spaventava , lo ammetto, mi spaventava l'idea di poter incontrare animali pericolosi, ma mi sentivo protetta. Ero con il mio guerriero. L'uomo della savana. Non potevo aver paura. Forse e' stato un bene,......ma vi garantisco che oggi mi rendo conto di quanto io sia stata incosciente. Credo sia l'aria della savana, gli odori, i colori, i suoi rumori. Credo sia tutto un insieme di sensazioni che si provano che riescono a rendere forti e fanno sentire sicuri anche un uomo pauroso. E poi lui era li..maestoso. Imponente. Davanti a noi. Lui : il Kilimanjaro. Cenammo con i familiari. Donne da una parte e uomini da un altra. Come e' cultura masai. Io, la mzungu ospite, potevo saltare da un posto all'altro senza problema. A me era concesso mangiare con gli uomini. Ma una donna masai , una donna circoncisa, non puo' veder mangiare un uomo masai.
E' cosi' che infatti gli uomini sono sempre loro che cucinano carne e portano la parte spettante alle donne presso la capanna. Gli altri attendono che tutto sia pronto, lontano dgli occhi indiscreti delle donne (non chiedete perche'..in fondo anche loro non sanno dare una spiagazione a tale usanza..ma e' cosi' che si fa!!!) e quando il cibo e' pronto...tutti insieme a immergere le mani nella grande pentola. Unico piatto per tutta la compagnia. A me quel giorno fu dato un piatto di riso e carne. Avevano dato a me la sedia d'onore quale ospite d'eccezione. Un grande masso che generalmente veniva offerto al vecchio del gruppo. ma , quel giorno, anche il vecchio aveva ceduto ad una donna, la sua poltrona. Che onore. Terminato il pasto, piano piano i guerrieri sparivano tra gli alberi della savana. A piccoli gruppi si dirigevano verso le loro capanne. E tutti venivano a dare un saluto all'anziano del gruppo...e alla mzungu. Mi sentivo una prima donna, ma vi giuro che allo stesso tempo mi sentivo imbarazzata. Ma quella era la sensazione che speravo di provare. Non era il solito viaggo tra gente comune in posti comuni. Ero tra i masai. Nella loro terra. Ero tra il popolo che ancora oggi riesce a uccidere il leone a mani nude. Brrrr!!!! Che brivido. John di tanto in tanto mi osservava e sorrideva. Sapeva che ero elettrizzata all'idea di essere vicina alla savana. Sapeva che il mio sguardo di tanto in tanto si alzava a guardare lui...!! Sapeva che ero li per quella gente e per il Kilimanjaro. Sentivamo vocii nel buio della notte africana. Sentivamo il rumere del silenzio. Gli animali, anche i piu' piccoli , sembravano animare al massimo la vita notturna. Si intravedevano piccoli focolai. Erano le capanne vicine. Tutte con un lampioncino a kerosene. Tutte capanne piene di vita. Tutte vite da raccontare, aggiungerei io!!
La sera cominciava a scendere.
Piu' tardi ci ritrovammo seduti con altri guerrieri davanti ad una capanna. Non c'era energia elettrica, lo sapevo, ma non ci pensavo affatto. La torcia era rimasta dentro il mio zaino. John mi vietava sempre di usarla. Diceva che per lui era meglio senza. Riusciva a distinguere anche una figura in lontananza. Mentre io non vedevo a un centimetro dai miei occhi.
E poi c'era la luce su di noi. Non pensavo che le lampadine erano troppo alte per poter essere viste. Erano le lampadine del Kilimanjaro. Si...milioni e milioni di stelle che sovrastavano il monte. Cosi' tante stelle che tutto il villaggio veniva illuminato come fossero state tante lampadine accese su di esso. Non ci sono parole per descrivere quanto vidi quella sera . Quanto vidi le altre sere. La luna andava a crescere. Mi saluto' il giorno che stavo per partire al suo massimo splendore. La luna piena. E le stelle quella sera erano sparite. Si erano messe di lato per dar vita alla luna. Era lei quella sera la grande lampada del Kilimanjaro.
Ero io che con John decisi di guardare e salutare Amboseli. Ciao ....torno a Malindi. Ci vedremo presto. Non si puo' non tornare in paradiso!!!
Nashipai
Ps: ...lo abbiamo rifatto con amici questo viaggio. Ci sono voluti venire anche loro...e ancora oggi sognano le lampadine del Kilimanjaro!!!!!! 

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Vita da Masai di Donatella Crispino

Dire che il mio e' proprio un viaggio... non so !! Forse un'avventura fantastica irripetibile.
Premetto questo in quanto in Kenya ci vivo.. e essere andata per un lungo (o quasi) mese tra i masai e alcune altre tribu locali mi ha riempita di... non so... ma credo di tantissimo amore per la vita e per il popolo africano in genere.
Siamo partiti con mio marito da malindi (citta' dove abitiamo e con l'autobus ci siamo diretti verso Mombasa. Qui abbiamo proseguito verso Taveta dove, dopo 8 ore di viaggio circa attraversando la savana e scortati dalla polizia per evitare assalti banditeschi, siamo arrivati finalmente a destinazione. Ma non finale.
La nostra meta l'abbiamo raggiunta dopo con un altro mezzo (niente finestrini e con i fazzoletti sulle labbra per evitare di ingerire la tantissima terra rossa che ci arrivava dal manto stradale. Meta raggiunta dopo che, a Taveta, abbiamo dovuto attendere circa 5 ore seduti al tavolino di un bar africanissimo, con tanta gente che beveva Tusker e Pilsner (le birre preferite locali).
Da Taveta a Njukini, piccolo, anzi piccolissimo centro masai. Che emozione. Tantissime capanne.... tantissime moderne costruzioni (loro le definiscono cosi') fatte di legno vecchio, cartone e lamiere arrugginite. Bambini che scorazzavano dappertutto, donne con ceste in testa e grosse taniche da 20 litri trasportate con un fazzoletto attorno alla fronte, appese sullle spalle. Sarebbe una tortura per il mio povero collo. Ma la fierezza delle donne masai, uniche amministratrici e uniche a gestire la loro abitazione. Tutto canne, sterco di mucca e fango. Un mix che farebbe inorridire solo al pensiero le nostre signore ingioiellate nei circoli delle citta'.
All'inizio alcuni bambini si son spaventati alla mia vista. Come era possibile che io fossi di colore bianco? La pelle di un africano a contatto con il fuoco diventa rosa...... e allora io? Ero tutta bruciata!!! Sono riuscita solo dopo un po di tempo a far capire ai bambini che ero come loro, e che ci differiva solo una piccola differenza di colore.
Ci siamo sistemati in un hotel che ha del lontano dalle nostra pensioni..... uno squallore, ma tanta gentilezza da parte di chi ci ha accolti. Abbiamo fatto la doccia tutti i giorni al fiume (manca l'energia elettrica e l'acqua) e solo quello era il momento che piu' mi faceva rinfrescare. Acqua corrente del fiume. Acqua che arriva dalle sorgenti del Kilimanjaro. Un'incanto. Le scimmie saltavano da un albero all'altro, gli uccelli cinguettavano a migliaia e i bambini accorrevano con la soperanza di vedere la "donna bianca" con qualche velo in meno. Chissa' se era come loro!!! Mio marito li impauriva solo in un modo: mostrando loro la macchina fotografica, della quale ci siamo subito accorti avevano una paura tremenda. Forse... non sapevano neanche loro di cosa si trattasse.
Finita la doccia tutte le mattina ci incamminavamo verso l'interno delle manyatta. Tutti ci chiamavano a bere con loro il chai (te' e latte caldo) alla maniera inglese. Tutti volevano avere la bianca seduta presso la loro capanna. E tutti cercavano di capire, di sapere, di vedere, e di ascoltare con l'ingenuita' di chi non sa... tutti i racconti del nostro mondo 'civilizzato e moderno'. Ma si... moderno si... ma civilizzato... non ne sono convinta che lo siamo piu' di loro.
Ho visto bambini dividere le caramelle e anche solo un pezzo di pane. Ho visto donne allattare i figli di altre masai... solo perche' loro potevano!!
Ho visto piangere e ridere. Ho vissuto una intera giornata ospite in una cerimonia di circoncisione (per fortuna qui non si applica la infibulazione) e ho visto tutta una intera tribu' masai, vestita al meglio, con tutti gli ornamenti degni dei migliori gioielli 'nostrani', tutti... a ballare e a sorridere della loro giornata di festa. Io, ospite in prima linea, ho gioito per la loro felicita'.
Una giornata stupenda... invece,... quella trascorsa immersi nella savana. Ci siamo addentrati nel bush (la vera savana africana) e siamo stati incammino per circa 12 ore, speranzosi di incontrare animali di vario specie. Io, un pochino titubante e paurosa (se incontravamo il leone... preferisco non pensarci) mi rendo conto solo ora della nostra incoscenza. Mio marito... fiero, sicuro e sprezzante del pericolo scampato... tutt'oggi mi prende in giro. Devo dire pero' che e' stato meraviglioso incontrare gazzelle, impala, gnu, e meravigliose giraffe. Abbiamo incontrato bimbi masai, fieri protettori di gruppi di mucche e capre, dirigere il loro bestiame verso la savana. Niente paura per loro, tutto nella massima liberta'. Credevo di sognare... io a piedi nella infinita savana tra gli animali liberi. Una sensazione inimmaginabile. Siamo tornati verso sera al nostro "hotel" sfiniti (io sicuramente). Avevo voglia di ricominciare. Mi sono sentita veramente libera, e, lo ripeto, solo ora mi rendo conto di che pericolo, forse, io abbia corso.
Una giornata ancora siamo andati sotto una grande albero di acacia immersi nella savana, a parlare con un gruppo di masai riunitosi su nostra richiesta. Portavo loro un messaggio che non credevo potesse sconvolgerli cosi' tanto. Una amica ci aveva dato l'ok per poter fare costruire a sue spese un pozzo in un punto molto lontano dal fiume. Un punto dove le donne ne avessero avuto la migliore possibilita' nel raggiungerlo, senza dover percorrere km. per prendere l'acqua giornalmente. La reazione dei dignitosi uomini masai? Il capo si e' alzato. Ha cominciato a ringraziare (avevo il traduttore vicino) e mi ha detto che da quel momento avrebbero pregato per me come io fossi stata il loro secondo Dio. Non ho potuto trattenere le lacrime. Io portavoce di un messaggio... incredibilmente venerata da tanta genta... da tanti uomini... da un gruppo di anziani masai.
Siamo tornati al villaggio, sempre piu' felici che mai. Le nostre giornate sono trascorse al villaggio, tra le donne e i bambini, che con i loro sorrisi ci hanno fatto trascorrere giornate meravigliose, nella piene semplicita', e regalandoci ore indimenticabili. Ci ritorneremo... come abbiamo fatto tutti gli anni... dal 2001. Ci ritorneremo e se qualcuno vorra' aggregarsi a noi, ne saremo felici.
Un abbraccio,
Tellonia
Ps: dimenticavo, mio marito e' masai... 


Un Masai per amico 


Partiamo da Malpensa per Nairobi, una scelta dettata dal fatto che vogliamo percorrere il Kenya attraversando I parchi lungo la strada per Malindi, nostra destinazione finale per dieci giorni di relax al mare.
Tramite questo sito contattiamo Donatella, che ci conquista con i suoi racconti e con la sua gentilezza e premura nel rispondere alle nostre mille domande sull'organizzazione del Safari.
All'aeroporto, dopo la dogana e i visti, incontriamo John, marito di Donatella, che ci sorride da dietro la porta da cui usciamo. Dice che ci ha riconosciuti, eravamo quasi gli unici italiani sul volo.
Ha avuto una pazienza incredibile, ci ha aspettato mentre eravamo fermi in dogana, ci ha accompagnato al ristorante e poi all'albergo; quando arriviamo è ormai l'una di notte e lui ha guidato dal mattino per arrivare a Nairobi da Malindi.
Ripartiamo da Nairobi la mattina dopo, direzione lago Nakuru. Siamo in due, io e il mio ragazzo. Musica gospel in lingua swahili, un Masai alla guida e un altro che ci accompagna: è Cassilua, cugino di John, presenza piacevole e imprevista che
ci accompagnerà per tutto il Safari.
La sera prima, davanti a una birra e a un piatto di carne, avevamo deciso con John quale tragitto avremmo percorso durante il Safari. Il programma iniziale era di partire subito per il Masai Mara ma io ho insistito per vedere i fenicotteri e John non ha avuto problemi ad accontentarmi. Hakuna matata.
Nakuru non è distante da Nairobi più di un paio di ore e per arrivarci vediamo la Rift Valley dall'alto; si dice che questa sia la culla dell'umanità.
Appena entrati al parco veniamo presi di mira da un gruppo di babbuini che, mentre siamo distratti, salgono in macchina, aprono gli zaini e afferrano il pollo che avevamo appena comprato. A stento e sbellicandoci dalle risate riusciamo a salvare il nostro pranzo e a ricacciare al loro posto i babbuini, sotto gli occhi divertiti di John, Cassilua, e del ranger che corre poi in nostro aiuto.
Il parco è uno spettacolo, il lago salato è pieno di fenicotteri che da lontano nemmeno si distinguono, sono una immensa macchia rosa, che vedi subito dopo il bianco del sale depositato sulle riva del lago e subito prima dell'azzurro dell'acqua.
Tutto attorno zebre, giraffe, rinoceronti, bufali, gazzelle, facoceri, marabù fanno da cornice ad un quadro che toglie il fiato.
Due leonesse su un albero sono quanto non ci saremmo mai aspettati di vedere, noi che volevamo vedere Nakuru per i fenicotteri.
Siamo in Kenya da meno di 24 ore e ci sembra che il biglietto dell'aereo sia già stato ripagato.
Il pranzo è a base di pollo e patatine, all'ombra di acacie che sovrastano le nostre teste e ci riparano dal sole equatoriale. John parla e ci racconta della sua tribù, i Masai. Stiamo ad ascoltarlo affascinati come i bambini ascoltano le fiabe, con la differenza che sappiamo che quello che racconta è tutto vero.
Ripartiti dopo pranzo continuiamo a girare nel parco; scattiamo centinaia di foto sotto un cielo che se ce lo descrivessero diremmo che se lo sono inventato.
La strada è lunga, puntiamo verso il Masai Mara e ci fermiamo a Narok al Season, una guest house molto carina, dove ceniamo.
La mattina dopo, con un notevole "ritardo" su quanto preventivato, per dirla alla italiana, ripartiamo dopo una ottima colazione. John ha fatto lavare la macchina.
Arriviamo giusto per pranzo al villaggio appena fuori dal Masai Mara, pranziamo a base di carne di capra alla griglia e John ci mostra dove dormiremo la notte. Abbiamo deciso di stare lontano dai lodge lussuosi, un po' perché non ce lo
possiamo permettere, un po' perché ci va di assaporare come vive la gente veramente.
John è molto premuroso, soprattutto con me (mi chiama signora madam e mi chiede di vedere il posto dove passare la notte prima di accettare di dormire lì).
Qui dormiremo in una stanza pulita, con un letto e una lampada a cherosene. La corrente è un lusso, inesistente. E se lo è per la gente che vive qui, lo è anche per noi. Entriamo al parco, che a differenza di Nakuru, è immenso. Ci accorgiamo subito di essere entrati nel cuore della savana e gli animali sono ovunque.
Gli elefanti ci colpiscono particolarmente, il leone che dorme ci lascia senza parole per un quarto d'ora; gli ippopotami sono un pò difficili da avvistare ma John è molto paziente e rimedia anche alla nostra miopia, non senza battute in
perfetto italiano. Al confine con la Tanzania, dove il Masai Mara diventa Serengeti, teniamo in mano un teschio di coccodrillo.
Al calar del sole usciamo dal parco e portiamo l'auto dal meccanico.
Il villaggio appena fuori ha tutto quello che serve, perfino un compressore.
La luna e i milioni di stelle, però, non bastano ai meccanici, per cui facciamo luce al loro lavoro con le nostre pile.
Cena con in sottofondo la finale di Coppa d'Africa tra Egitto e Costa d'Avorio. La gente del posto tifa Costa d'Avorio, ma è l'Egitto ad avere la meglio.
Dopo la cena ci laviamo velocemente con acqua fredda che versiamo in un catino. Le comodità le abbiamo proprio dimenticate e ora ci sentiamo fortunati a poterci togliere di dosso la sabbia della savana, in un modo o nell'altro.
Il sonno ci ritempra, la mattina dopo la solita ottima colazione, rientriamo nel parco e la prima scena cui assistiamo è una leonessa che dà da mangiare ai suoi tre piccoli, fino a che, forse un po' indispettita, afferra la preda e se ne va, seguita dai tre leoncini in fila. Incredibile.
Gli elefanti che fanno il bagno, una iena, una lucertola, un leone accaldato e stanco che tenta di riprendersi da un pranzo forse un po' troppo sostanzioso, due ghepardi stesi al sole, oltre alle solite giraffe, zebre, gnu, bufali... è quello che
vediamo mentre percorriamo le strade del parco, immersi in paesaggi dai colori vividi. Il parco successivo in programma è l'Amboseli e per raggiungerlo la strada è lunga. Prevediamo di arrivare almeno a Kajado. Per farlo attraversiamo la Rift Valley al tramonto e quello che vediamo non lascia spazio ad altro che ad emozioni fortissime. Il riposo è molto breve, andiamo a dormire molto tardi e ci alziamo molto presto, quattro ore di sonno in tutto. I ritmi sono molto stancanti, passare 14 ore al giorno in auto non è certo riposante, ma quello che vediamo ci ripaga di tutto.
Lo spirito che ci accompagna è quello di un gruppo di amici in gita. Stiamo molto bene, non abbiamo mai la sensazione di essere due turisti con le guide, piuttosto quattro amici in vacanza. E infatti anche Cassilua, pur non conoscendo una parola di italiano oltre a "mamma elefantino", come ha deciso di chiamarmi, riesce a prendermi in giro quando per la stanchezza prendo testate sulla jeep.
Il mattino dopo entriamo all'Amboseli, convinti e ansiosi di vedere subito il Kilimangiaro. Invece le nuvole lo coprono, ma John ci assicura che lo vedremo nel pomeriggio. Tutto quello che John ci ha promesso che avremmo visto non è mai mancato. Quello che all'inizio ci appare come un parco deserto, si rivela il parco che più preferiamo. Vicino alla pozza di acqua sorgiva ci sono centinaia di uccelli e ovviamente tutti gli animali che vengono ad abbeverarsi. Vediamo elefanti che fanno il bagno e si spruzzano con la proboscide, le zebre infangate fino alle ginocchia, gazzelle e struzzi....
Ma la cosa più incredibile, emozionante e commovente sono i due leoni che si accoppiano alla luce del tramonto. Tenerissimi, non si scompongono per la presenza decisamente troppo chiassosa dei turisti intorno a loro. Restiamo a poche decine di metri da loro per una mezz'ora buona. Quello che ci regalano in termini di sensazioni non si può esprimere a parole.
Sia il pranzo che la cena sono molto divertenti: siamo attorniati da Masai in costume tipico, che ci tengono lezioni di lingua locale comparata con lo swahili e l'inglese. Sono tutti molto simpatici e curiosi di avere a che fare con noi, ci chiedono dove dormiremo e si stupiscono quando rispondiamo loro che passeremo la notte al campo tendato. Uno di loro, Patrick il suo nome in inglese, ci chiede un passaggio visto che anche lui dormirà lì e noi glielo concediamo ben volentieri. Se non avessimo accettato, Patrick avrebbe percorso da solo di notte circa 25 km per arrivare al campo, ma di sicuro non si sarebbe fatto nessun problema a salutarci cordialmente la mattina dopo. Hakuna matata, del resto.
La notte nella tenda passa veloce. Prima di dormire, doccia nella savana in compagnia di un paio di gechi, falò sotto la luna alle falde del Kilimangiaro, che finalmente poco prima del tramonto vediamo libero dalle nuvole, in tutta la sua maestosità.
L'alba ha colori incredibilmente belli, dal rosa tenue (l'aurora dalle dita di rosa degli antichi greci è l'immagine che mi evoca) al giallo forte quando il sole è ormai sorto. Gli uccelli cantano e prendono il posto delle risate delle iene che
di notte ci hanno fatto compagnia. Patrick arriva alla nostra tenda e insegna a Sam come fare un bastoncino per pulirsi i denti, poi insieme a John e Cassilua
visitiamo il villaggio Masai abitato da 125 persone, qualche pecora e qualche mucca talmente magra e sofferente per la siccità da impedire agli abitanti di berne il sangue, come vuole la tradizione. Patrick ci guida entro il villaggio, ci porta a casa dei suoi genitori, ci mostra come i Masai accendono il fuoco (tutti i
Masai tranne John: lui usa un accendino o al massimo dei fiammiferi. Noi lo prendiamo in giro per il resto del viaggio dicendogli che è un Masai finto, pur sapendo che un Masai resta tale per sempre, anche se veste in jeans e cappellino di Schumacher, guarda i film di Totò e tifa Juve).
La scuola con i bambini a lezione è quanto di più toccante si possa immaginare. Dai tre ai sette anni stanno tutti insieme, imparano swahili, inglese, matematica, studiano religione ed hanno un vero e proprio orario scolastico, come non ne vedevo dai tempi del liceo. Solo i mezzi sono un po' scarsi, non ci sono nemmeno sedie per tutti, ma non abbiamo visto altro che sorrisi sui loro volti, sempre. Ci accolgono cantando e recitando una canzoncina in inglese. Quando ce ne andiamo io ho le lacrime agli occhi. Non si può restare indifferenti.
Ci resta da visitare un altro parco, lo Tsavo Est e lì ci dirigiamo, verso la cittadina di Voi. La notte è un po' accaldata e il risveglio decisamente rumoroso, tra il traffico della strada e il muezzin della moschea. Il parco ha la terra rossa e anche gli elefanti sono rossi a causa della terra che si gettano addosso. Qui è molto più
difficile avvistare gli animali, la fitta vegetazione offre loro molto riparo. Ippopotami e un paio di coccodrilli sono i protagonisti indiscussi della giornata.
Facciamo molta fatica a vedere i leoni, che qui hanno la criniera nera, nonostante siano molto di più rispetto agli altri parchi. Vediamo solo, molto in lontananza, un gruppo di leonesse, ma non ci lamentiamo ricordandoci del privilegio che
abbiamo avuto all'Amboseli.
Dopo pranzo al Lion Hill, Cassilua ci saluta: le nostre strade si separano, lui raggiungerà suo fratello mentre noi proseguiremo con John verso Malindi.
Promette che per la prossima volta che verremo in Kenya avrà imparato l'italiano. Ci spiace molto doverci salutare, ci siamo affezionati a lui, alla sua risata e ai suoi lunghi discorsi in lingua masai con John, di cui non capivamo assolutamente
nulla ma che erano tanto piacevoli da ascoltare. Crocodile e Hippo Point, le Lugards Falls: il paesaggio ci stupisce, un fiume che scorre in mezzo a rocce levigate dal vento e dall'acqua che le ricopre completamente durante la stagione delle piogge. Safari concluso, ci dirigiamo verso Malindi dove ci attendono dieci giorni di mare e riposo assoluto sulle bianche spiagge...
Ovviamente non riusciamo ad arrivare in tempo perché John e Donatella escano a cena per S. Valentino, e oltretutto per un imprevisto al nostro residence, passiamo la serata e la notte a casa loro. Anche il resto della vacanza passiamo gran parte del tempo con Donatella e i suoi tre masai (gli altri due a voi scoprire chi sono), ceniamo con loro e con i genitori di Donatella, che per una coincidenza abbiamo la fortuna di conoscere, giochiamo con il piccolo Solomon e guardiamo Parsanka giocare a biliardo contro John.
Grazie a un notevole supporto logistico (organizzazione Safari, prenotazione voli, organizzazione gita alle mangrovie e uscita in barca, ottimi consigli sui ristoranti) Donatella e John ci hanno permesso di vivere una vacanza completamente senza
pensieri. Non siamo mai rimasti delusi o scontenti di nulla.
Ci siamo sentiti come gli amici che ti vengono a trovare e che ospiti a casa tua prendendotene cura. Del Kenya abbiamo vissuto tutto, dalle cene a base di aragosta e gamberi con vino sudafricano nei ristoranti lussuosi, alle capanne fatte con escrementi di mucca, armati solo di un po' di spirito di avventura e molto senso di adattamento. La vita vera non è nei villaggi turistici o nei lodge lussuosi, è fuori, nella savana e a contatto con la gente. Il Kenya ti dà molto di più se gli permetti di mostrarti come è veramente. Sui volti delle persone ci sono solo sorrisi e frasi gentili di benvenuto per chiunque.
Una grande lezione per chi, da un viaggio, vuol portare a casa ben altro che semplici collanine.
Grazie John, grazie Dona.
Ele e Sam.  


3 anni dal nostro primo viaggio in Kenya! 

Sono ormai passati 3 anni dal nostro primo viaggio in Kenya! ro invogliato dall'idea di fare non il solito viaggio in villaggio tutto balli e pupe, ma in un posto dove poter fare qualcosa di diverso. E così prendo un pacchetto con destinazione Malindi. Nel frattempo entro in contatto con Donatella che dal forum di TPC mi dà le dritte e mi rassicura su ciò che mi aspetta. Via si parte....al ns arrivo a Malindi ci aspetta un pulmino che ci porta dove avremmo passato le prox 6 notti...Il posto, è un villaggio per pochi intimi ed è ottimo per stringere nuove amicizie: una dozzina di bungalow, nessuna animazione, cucina niente male...il massimo per chi non vuole fare niente e vuole stare tranquillo tra sole (che picchia forte) e mare.
Bè devo dire che la prima impressione non mi delude affatto (e sono contento che piaccia anche a mia moglie: ho scelto proprio un posticino niente male). La mattinata trascorre in spiaggia, al pomeriggio avviene l'incontro con Donatella, è
gentilissima ed avendole io manifestato la nostra intenzione di non fare una vacanza da villaggio, si rende disponibilissima ad organizzarci le giornate. Formiamo un bel gruppetto e le nostre giornate trascorrono tra gite alle Mangrovie, Safari Blu, Safari, Città delle Scimmie e ci scappa pure una serata danzante con birretta sorseggiata in un pub locale. Ma la cosa che ci ha toccato di più è stato vedere come vivono nei veri villaggi, non quelli mostrati dalle guide turistiche ma da una persona come Donatella, che, avendo ormai instaurato un rapporto simbiotico con la gente e la realtà locale ti fà assaporare il Kenya.
Grazie a Dona e John che ci hanno fatto compagnia per qui 6 giorni indimenticabili e per aver contaminato anche noi con il mal d'Africa.
Prima eravamo in due adesso siamo in tre.....e torneremo in kenya quanto prima per far assaporare anche alla nostra bimba il sapore dell'Africa. Si ritorneremo in kenya, per lei ......e anche un po' per noi!! 


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